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La Storia del Partito Sardo D’Azione

Storia politica e ideologica del Partito Sardo d’Azione

PREAMBOLO

Il Partito Sardo d’Azione viene da lontano. Vanta solide radici etnostoriche e culturali di lunga durata, e ha trovato poi la sua formalizzazione politica nel 1921. Il sardismo politico è infatti fenomeno del tutto contemporaneo, che trae evidenti ispirazioni dalla storia risorgimentale, con particolare riferimento alla definizione di “Questione Sarda”, e alla scelta federalista, minoritaria ma coerente. L’humus sardista nasce e si sviluppa progressivamente nel corso della storia di lunga durata, e ha a che fare con la coscienza dell’assoluta diversità della Sardegna e dei Sardi sul piano storico, geopolitico, etnoculturale, identitario-antropologico, linguistico.  Le forme di questa coscienza, per lunghi secoli affidata alla memoria dei sottosuoli, sono mutevoli, e prendono una forma pressoché definitiva nell’epoca romantica che ha celebrato le piccole patrie, e poi in età risorgimentale, quando il problema politico dell’Unità pone la questione dirimente delle forme istituzionali idonee a integrare nella Grande Patria plurinazionale italiana le varie componenti regionali ed etniche che per secoli hanno formato il sostrato pluralistico della costituenda Nazione italiana.

Solo immediatamente dopo l’Unità formale del 1861 matura una coscienza politica radicalmente critica nei confronti degli assetti unitari e centralistici, la quale, in Sardegna, sfocia nella definizione sintetica di “Questione Sarda” elaborata dal filosofo Giovanni Battista Tuveri (1867). In quella formula è infatti compendiato il fascio secolare di problemi e criticità subìte dalla Sardegna nel corso della propria lunga storia fatta di dominazioni e di autodeterminazioni. Quei problemi (alcuni ineliminabili, come la condizione di insularità), altri sviluppatisi come logica conseguenza dei vari malgoverni eteronomi e della incapacità/impossibilità dei Sardi di elevarsi al rango di moderna Nazione, sono transitati direttamente nella Modernità, e hanno se possibile ancora di più determinato il sorgere di una coscienza sardista ante litteram. Il fallimento del modello unitaristico giacobino imposto tramite la piemontesizzazione dell’Italia, la crisi dello Stato liberale, e il dramma storico della prima guerra mondiale, sono solo alcuni degli elementi che hanno favorito l’emersione politica del sentimento sardista, sino a sfociare nel più originale e longevo esperimento di partito regionale rappresentativo della Nazione Sarda e dei suoi diritti storici: il Partito Sardo d’Azione.

In quanto partito della Nazione Sarda, il PSdAz si è sin dalle origini connotato come partito etnofederalista, disponibile ad alleanze tattiche con le più varie formazioni politiche italiane, ma solo sulla base di chiare convergenze programmatiche. L’ideologia sardista, anche nei casi in cui trae ispirazione da elementi ideologici eteronomi, assai raramente li ha trasposti acriticamente nel corpo ideologico del PSdAz, ma ne ha filtrato le istanze al fine di adattarle, spesso creativamente, alle concrete condizioni della Questione Sarda. La specialità ed ellitticità del Sardismo trae infatti l’ispirazione prevalente dalla coscienza di essere erede e legatario di una storia di lunga durata fondata sulla continuità, anche sotterranea, di codici invarianti sintetizzabili in una particolare identità etnico-nazionalitaria. È per questi motivi che la visione mitopoietica sardista ha goduto, e tuttora gode, di un consenso trasversale e interclassista, che si riconosce variamente in quei codici di lunga durata, e che, ad epoche alterne, ha fornito al soggetto politico più rappresentativo anche il consenso politico.

Lo studio delle origini ideologiche e delle influenze filosofico-politiche e storico-culturali del PSdAz consente di evidenziare il fatto che la ancestrale coscienza nazionalitaria è sorta a partire da una auto-consapevolezza etnostorica di linga durata, la cui controversa origine in funzione mitopoietica, sin dai primi del Novecento è stata ritrovata nell’epopea nuragica. Nel corso di una ininterrotta storia millenaria, la coscienza nazionalitaria di matrice sardista ha anche fatto riferimento ad alcuni episodi storici di particolare incisività, quali la civiltà giudicale della Carta de Logu, l’epopea di Angioy, eroica quanto sfortunata, e infine la contemporanea esperienza dei sardi nelle trincee della prima guerra mondiale, sul cui solco eroico, fonte di identificazione in senso nazionalitario, è poi sorto il movimento combattentistico il quale poi, in buona parte, è confluito nel PSdAz. In base al criterio della costante identitario-nazionalitaria, i sardisti si sono sempre considerati i veri e unici legatari di quella storia di lunga durata, riscoperta in chiave storiografica ma in funzione mitopoietica, proprio agli albori del Novecento.

L’emersione di questa complessa e articolata coscienza della Sardegna-Nazione (come sostantivo) non è, e non potrebbe essere, un fenomeno lineare, e neppure segue una precisa cronologia, dato che spesso si può documentare la compresenza di più visioni mitopoietiche tra loro non contrastanti, ma ciascuna indicante un capitolo della più generale opera di nobilitazione delle radici in funzione mobilitante. Solo con l’emersione del fenomeno neosardista, le cui visioni ideologiche innovative sono poi in gran parte rifluite nell’ideologia del PSdAz, matura la precisa convinzione che il filo d’orbace della lunga durata è uno solo, e si identifica con le sorti millenarie della civiltà nuragica, considerata la vera matrice ideale di una mitopoiesi che, attraversando l’intera storia isolana, confluisce nel PSdAz, il quale ne fornisce, per così dire, la traduzione politica. Recuperando il mito politico della indipendenza e della sovranità (attributi caratteristici della civiltà nuragica), il sardismo può rilanciare l’etnosimbolismo della Nazione Sarda. I corollari del recupero dell’identità etnostorica sono perciò traducibili nelle moderne categorie dell’etnofederalismo, dell’autodeterminazione, della coscienza nazionalitaria fondata tra l’altro su una precisa dimensione etnolinguistica. Di conseguenza, in una prospettiva strettamente ancorata ai nuovi contesti geopolitici, si tratta di una nuova visione dell’indipendenza che mira alla acquisizione di una nuova statualità, che nel tempo della Modernità si identifica maggiormente con la prospettiva federalista.

Una volta recuperate le radici di lunga durata, la continuità etnostorica conduce al progetto politico, che per ovvie considerazioni deve confrontarsi con i problemi atavici della Questione Sarda, e anche con le emergenze causate dal nuovo ordine geopolitico mondiale e dai relativi processi di globalizzazione, i quali hanno prodotto sia la rinascita di nazionalismi e populismi su scala internazionale, sia nuove problematiche non emergenti nel primo secolo di vita del PSdAz: la questione energetica, il controllo delle nuove tecnologie, il nuovo tecnocapitalismo finanziario, il redivivo pericolo atomico, i conflitti per le risorse su scala mondiale. Ne consegue che, tramite le radici ritrovate, il PSdAz, al pari di ogni forza politica che pretenda di rappresentare il sentimento nazionale dei Sardi, deve dotarsi di ali potenti e di nuovi strumenti interpretativi.

LE RADICI CONTEMPORANEE DEL SARDISMO: GIOVANNI BATTISTA TUVERI E LA QUESTIONE SARDA TRA AZIONISMO MAZZINIANO E FEDERALISMO CATTANEANO

Indubbiamente, il padre spirituale del sardismo è il filosofo sardo Giovanni Battista Tuveri (1815-1887), le cui opere, grazie agli studi sardi del filosofo del diritto Gioele Solari (docente a Cagliari tra il 1912 e il 1915, e poi maestro di Norberto Bobbio), sono confluite direttamente nella formazione della filosofia politica sardista. In effetti, a differenza di altri dia pure importanti “Sardi del Risorgimento”, Tuveri è l’unico personaggio che ha in contemporanea veicolato nella cultura sardista tre paradigmi politici: la definizione della “Questione Sarda” (proposta in un articolo del 1867 sul periodico “La Cronaca”); la ricezione del pensiero azionista mazziniano (Tuveri fu anche amico e collaboratore di Giuseppe Mazzini); l’introduzione del federalismo, convergente con la matrice di Carlo Cattaneo. In particolare, la visione tuveriana del federalismo, se all’epoca fu vissuta come reazione ai danni prodotti dalla perfetta fusione del 1847, in realtà traduce un sentimento nazionalitario assai più risalente, che parte dal riconoscimento della diversità irriducibile della Sardegna e dei suoi problemi strutturali. Solo una prospettiva federalista poteva dare ragione dell’inserimento della Sardegna in una Modernità orientata a produrre forme di unificazione fondate sul centralismo e l’omologazione.

Con la sconfitta storica del federalismo, l’avvento del processo di piemontesizzazione, e la vittoria delle logiche centralistiche con cui nacque l’Unità d’Italia, il pensiero federalista di Tuveri, e la ricezione dell’azionismo mazziniano, non si sono caratterizzati per la proposta di querule lamentazioni contro il governo centrale, ma hanno prodotto la coscienza della necessità di formare un partito sardo per rappresentare i diritti storici della Sardegna così come sintetizzati nella formula della Questione Sarda. La prima, diretta testimonianza di questa nuova coscienza politica si ritrova in un articolo dell’Avv. Gavino Fara, parlamentare e saggista, apparso nel 1856 sul periodico “La Favilla”, nel quale esplicitamente si parla di un “partito sardo, per poter avere una rappresentanza veramente sarda”, equidistante dalla Sinistra, dalla Destra e dal centro, e unicamente impegnata a difendere la bandiera della Sardegna. Si tratta di una posizione che esplicita una diffusa coscienza circolante tra la migliore rappresentanza politica e intellettuale della Sardegna ottocentesca e primo-novecentesca, tra cui tanti spiccano le figure di Giovanni Siotto Pintor, Giorgio Asproni e Attilio Deffenu. Sotto questi profili, la questione della rappresentatività partitica acquisì ancora maggiore urgenza in rapporto alle vicende della tentata cessione dell’isola alla Francia tra il 1860 e il 1861, la quale, pur impraticabile sul piano geopolitico con il senno di poi, aveva contribuito a confermare la sostanziale estraneità della Sardegna alla storia italiana (definita da Cavour come la “terza Irlanda”), e quindi la necessità di trovare una diversa connessione istituzionale con l’Italia. E il federalismo si era dimostrato la opzione migliore, anche in relazione agli ottimi esempi di Stati federali all’epoca vigenti, tra i quali svettava, per evidenti analogie dimensionali, l’ordinamento federale svizzero.

E anche se la prospettiva federalista risultò impraticabile, le generazioni primo-novecentesche poterono contare sull’eredità tuveriana complessiva: le forme del governo dell’amministrazione locale; l’etica pubblica spesso intrisa di accenti religiosi; l’aspirazione al federalismo, mai frutto di scelta apodittica ma sempre risultato di una attenta analisi dei concreti problemi della Questione Sarda; l’apologia del principio democratico della sovranità popolare, per la cui difesa è legittimo il ricorso eccezionale al diritto di resistenza; l’ampia conoscenza del contesto geopolitico internazionale e dei singoli ordinamenti statali; la documentata critica dei danni prodotti dalla centralizzazione; la difesa della legge politica dell’opportunità, indispensabile per non arenarsi in astratte petizioni di principio; l’ampia valorizzazione dell’istruzione pubblica e della conoscenza storica. Si tratta di temi e problemi che la storia primo-novecentesca, e in particolare il combattentismo, e poi il PSdAz, si troverà ad affrontare tre decenni dopo, con l’aggravante dei drammi prodotti in Sardegna dalla partecipazione dei Sardi alla prima guerra mondiale.

L’appartenenza di Tuveri al sardismo è stata opportunamente rilevata e sottolineata dal filosofo del diritto Alessandro Levi, docente a Cagliari tra il 1921 e il 1922, e dallo scrittore neosardista Antonello Satta. E d’altra parte, è sufficiente leggere i testi dei sardisti della prima ora (Camillo Bellieni, Umberto Cao, Egidio Pilia, Emilio Lussu, Luigi Battista Puggioni), imbevuti degli studi sardi di Solari e Levi, per rendersi conto di quanto la riscoperta del pensiero tuveriano abbia inciso in profondità sulla formazione della ideologia politica sardista. Oltre a Tuveri, e alla presenza di Mazzini e Cattaneo, le fonti di influenza dell’ideologia del primo sardismo sono notevoli e non tutte di pari livello seppur convergenti: a) la filosofia idealistica del diritto veicolata nelle Università di Cagliari e Sassari nel decennio 1912-1922 dai filosofi del diritto Gioele Solari, Alessandro Levi, Benvenuto Donati; b) la scienza archeologica che va dagli studi pioneristici di Giovanni Spano alle ricerche accademiche di Antonio Taramelli (collega di Umberto Cao e Gioele Solari all’Università di Cagliari); c) la storia del diritto diffusa tramite le opere di studiosi come Enrico Besta, Arrigo Solmi, Raffaele Di Tucci, Ettore Pais, Antonio Era, tramite cui la cultura sardista aveva potuto approfondire la conoscenza della civiltà giudicale, assunta anche nei suoi potenziali risvolti politici; d) la breve stagione del sindacalismo rivoluzionario di matrice soreliana, che ha influenzato personaggi di rilievo come Attilio Deffenu; e) l’influenza della Carta del Carnaro, e di Gabriele D’Annunzio, nella formazione dei primi documenti politico-istituzionali combattentistici; f) gli influssi del federalismo meridionalista di Gaetano Salvemini; g) il liberismo economico di Giuseppe Todde, ispiratore dei principi della zona franca; h) la ricezione della visione del federalismo euro-mediterraneo formulata per primo dal filosofo hegeliano Floriano Del Zio (docente di Filosofia a Cagliari tra il 1862 e il 1865); i) la ricezione critica della letteratura della prima Grazia Deledda e della pittura costumbrista di primo Novecento, quali incubatori di una visione della specialità etno-antropologica della Sardegna. Pur trattandosi di un elenco potenzialmente incompleto, appare evidente che nel primo sardismo sono presenti tutti i temi fondanti l’ideologia del PSdAz, ivi compresa la centralità della questione etnica e della specialità della lingua sarda (ben presente nei testi di Egidio Pilia e Camillo Bellieni), e la scoperta della lunga durata tramite la rivisitazione dell’archeologia nuragica (soprattutto con Bellieni). La stessa questione nazionale appare formulata soprattutto nei termini della Nazione come sostantivo, ma sempre declinata all’interno di una prospettiva federalista.

Ma si deve proprio a Tuveri se la dimensione aperta della formula “Questione Sarda” non consente di elaborare un numero chiuso e definitivo di fonti di ispirazione. Se i problemi storici della Sardegna appartengono al dominio di diverse discipline e di diversificati approcci, ciò significa che il PSdAz, forte di una potente formula politica rappresentativa di tutti di diritti storici dei Sardi, si apre necessariamente alla ricezione di nuove influenze dettate da sempre nuove contingenze storiche, secondo la legge tuveriana dell’opportunità e della storicità delle forme politiche: ciò che conta è rimarcare e interpretare la diversità, non attardarsi a considerare solo i suoi contenuti storici contingenti. Tanto è vero che, di deve ancora a Tuveri se la prospettiva della indipendenza della Sardegna sia stata recepita dal PSdAz nei termini moderni di una acquisizione di quote di sovranità conciliabili con le prerogative più possibile limitate del governo centrale. Per Tuveri, quelle quote sono garantite da una vera prospettiva federalista, e questa sarà, con poche varianti, la stella polare che guiderà per un secolo i sardisti i quali, con poche eccezioni, mai hanno ceduto alle lusinghe ideologiche di un indipendentismo unicamente orientato allo Stato sardo sovrano. Il contesto storico, e i suoi sviluppi lungo un travagliato secolo di innovazioni, hanno dimostrato che una cosa è il diritto alla indipendenza, altra cosa è articolarlo nei contesti storici: la separazione tra nazionalità e sovranità è consustanziale al federalismo tuveriano, e quindi all’intera tradizione federalista sardista.

L’ESPERIENZA COMBATTENTISTICA TRA MITOPOIESI CONTEMPORANEA E SCOPERTA DELLA STORIA DI LUNGA DURATA (1915-1920)

L’incubazione del nucleo fondativo della filosofia politica sardista ha luogo negli anni Dieci del Novecento, lungo due direzioni che hanno assunto il ruolo di svolte storiche: da un lato, l’esperienza storica dei Sardi nelle trincee della prima guerra mondiale, cui ha fatto seguito la nascita del movimento combattentistico; dall’altro, il rinnovamento degli studi sardi maturato nelle Università isolane, con particolare riferimento ai settori disciplinari della filosofia del diritto, della scienza archeologica e della storia giuridica. Le nuove interpretazioni accademiche, basate su autorevoli ricerche condotte con il metodo scientifico, avevano definitivamente tumulato i retaggi delle varie storie della Sardegna di Giuseppe Manno e Giovanni Siotto Pintor, e con loro le immagini di una isola che mai si era costruita come soggetto attivo della storia. L’Università aveva imposto una nuova immagine nobilitante della Sardegna, di cui finalmente erano visibili le connessioni con la filosofia, la cultura e la storia internazionale, sia pure in forme speciali e riferite a periodi diversi. I segni di una identità etnostorica di lunga durata, costellata di importanti figure e di altrettanto importanti connessioni con eventi storici nobilitanti, aveva offerto alla generazione combattentistica, e alla nuova coscienza nazionalitaria, formidabili strumenti per riscoprire una nuova immagine della Sardegna protagonista della storia. Per paradosso, la partecipazione dei Sardi alla difesa della Patria italiana aveva posto fondamentali interrogativi originati dall’emergere di un sentimento della nazionalità sarda forgiato nelle trincee e in particolare nelle eroiche vicende della Brigata Sassari. Il processo di autoriconoscimento nazionalitario trovò immediatamente tutti i materiali idonei per passare dal sentimento al concetto di Nazione come sostantivo. E se gli studi sardi di primo Novecento avevano veicolato l’immagine di una Sardegna che entrava nella Modernità a partire dal Risorgimento, dalla ricezione dell’idealismo filosofico, o al massimo a partire dagli echi vichiani nel Seicento, grazie alle nuove scoperte e interpretazioni archeologiche si faceva strada l’idea che il sentimento della nazionalità sarda fosse molto più risalente. In ogni caso, era tornata alla ribalta proprio la Questione Sarda elaborata da Tuveri, la cui figura era stata valorizzata da Gioele Solari proprio nel biennio 1913-1914, e con essa la necessità di impegnarsi direttamente in una svolta politica. Del resto, la nuova generazione dei combattenti, che appariva legittimata a farsi protagonista di una grande svolta storica, aveva iniziato a porsi domande essenziali: a quale titolo la Sardegna era stata eroica protagonista del primo confitto mondiale? in che modo la Sardegna come soggetto attivo della storia poteva entrare da protagonista della storia politica contemporanea? chi, e con quali strumenti politici, avrebbe dovuto porsi all’avanguardia di un nuovo movimento politico?

Le prime risposte arrivarono proprio dal nuovo corso degli studi sardi. La nuova mitopoiesi sardista aveva immediatamente a disposizione fondamentali materiali nobilitanti sotto forma di radici storiche qualificate: a) la riscoperta del fondatore putativo del sardismo politico, e con essa il federalismo, inteso subito come strumento per ridefinire i rapporti della Sardegna con l’Italia e con l’intero bacino euromediterraneo, anche grazie alla riscoperta solariana del filosofo hegeliano Floriano Del Zio; b) la scoperta del ruolo assunto dai Sardi del Risorgimento, e in particolare la loro duplice connessione con Mazzini e Cattaneo (grazie agli studi sardi di Alessandro Levi); c) la scoperta delle radici vichiane presenti nella cultura filosofica sarda, che grazie agli studi sardi di Benvenuto Donati finalmente consentiva di retrodatare al Seicento la partecipazione della Sardegna alle più avanzate correnti della filosofia europea; d) la scoperta delle fonti giuridiche medievali, con cui anche l’epopea giudicale entrava a far parte dell’immaginario mitopoietico di una Sardegna soggetto attivo della storia; e) il grande passaggio dall’archeologia ottocentesca di Giovanni Spano alla archeologia scientifica di Antonio Taramelli, che aveva consentito di recuperare la valenza mitopoietica della civiltà nuragica intesa come culla putativa del sentimento nazionalitario di matrice sardista, e che non a caso sarà portata a compimento trent’anni dopo da Giovanni Lilliu tramite il paradigma della lunga durata di matrice resistenziale.

Tutti i materiali mitopoietici tratti dal nuovo corso degli studi sardi in varie discipline furono sin da subito integrati nel sentimento mitopoietico dei Sardi nelle trincee. In apparenza, si trattava di una mitopoiesi contemporaneista, che però affondava le radici in miti politici ancestrali basati sulle figure mitostoriche del Sangue, del Sacrificio e dell’Eroe, incarnate dalla figura leggendaria di Emilio Lussu. Il Mito dell’Eroe ha avuto un ruolo significativo nella formazione dell’ideologia sardista in almeno due fasi: a) nei primi anni Venti, anche ad opera di Bellieni, la figura di Lussu appare venata di una matrice combattentistica capace di catalizzare trasversalmente il consenso dei Sardi; b) la seconda è stata invece alimentata dallo stesso Lussu, soprattutto con Un anno sull’altipiano già a partire dagli anni Trenta.

La Federazione dei Combattenti, che si proponeva di riunire gli ex combattenti e di rappresentarne politicamente le istanze, ben presto dovette abbandonare l’angusto perimetro rappresentativo, sino a estendersi al coinvolgimento di tutta la popolazione sarda. La complessa ma breve storia del combattentismo dimostra che gran parte dei temi fondativi, rafforzati dal nuovo corso degli studi sardi, siano poi facilmente confluiti nel costituendo PSd’Az.

Secondo Bellieni il Partito Sardo d’Azione non avrebbe dovuto confondersi né con i democratici né coi socialisti che rappresentavano interessi settentrionali contrari a quelli dell’Isola. L’idea non venne inizialmente accolta con l’unanimità dei consensi. Ma a rompere ogni indugio ci pensò, in accordo con Bellieni, la sezione degli ex combattenti di Tempio, i quali nel marzo del 1920 costituirono la prima cellula di una sezione del PSd’Az, formalmente non ancora nato, con ben 1.500 iscritti.

La realtà del partito sardo, quindi, appare fin dal suo esordio intimamente connessa alle problematiche federaliste. Già nei primi due congressi della Federazione dei Combattenti sardi (1919) era presente nelle enunciazioni programmatiche la rivendicazione di autonomia riferita all’intera Regione, in una sfera amministrativa, che in uno stato monarchico e accentratore costituiva comunque una coraggiosa e originalissima innovazione.

Nel III Congresso dei combattenti, tenutosi a Macomer nell’agosto del 1920, si ebbe una più matura riflessione dell’istituto autonomistico e, per la prima volta, si parlò apertamente di Federalismo, ma secondo una visione embrionale, privo di elaborazioni concettuali e programmatiche, ma pur sempre importante in quanto, per dirla con parole di Lussu, rivendicava una “Sardegna assolutamente autonoma nello stato repubblicano a Federazione amministrativa”. 

Lo stesso Lussu con Lionello De Lisi (pseudonimo di Davide Cova) sollevarono il problema delle comunità e minoranze etniche non riconosciute per le quali non era sufficiente l’autonomia, ma si propugnava la forma giuridica di Stato Libero. 

Lussu e De Lisi, furono quasi certamente gli estensori della CARTA di MACOMER che costituì il nucleo del programma politico e ideologico del futuro PSd’Az. Diverse sono le ipotesi sulla attribuzione della paternità di questo documento. 

Di vero c’è che la Carta di Macomer contiene moltissimi punti di contatto con la Carta del Carnaro, il documento dei reduci fiumani stilato da Alceste De Ambris, poi riveduto e corretto da Gabriele D’Annunzio. Lo stesso D’Annunzio, conosciuti i contenuti della carta di Macomer, dichiarò che se vi fosse stato un accordo preventivo l’unità di scopo raggiunta non avrebbe potuto essere più ampia. Lo schema del documento di Macomer è diviso in tre parti: a) un programma generale; b) un programma di riforme nelle attuali circostanze sociali e nazionali; C) un programma regionale.

Le elezioni amministrative del 1920 confermarono l’anima rurale del movimento dei combattenti le cui liste conquistarono la metà dei comuni, compresi quelli di Nuoro e di Alghero. Durante queste elezioni le liste del Movimento dei combattenti utilizzarono per la prima volta come contrassegno la bandiera dei Quattro Mori, che sarà poi quello del Partito Sardo d’Azione.

LA FONDAZIONE DEL PSd’Az TRA PARTITO REGIONALE E PARTITO REGIONALISTA

Il IV Congresso dei combattenti, nelle giornate del 16 e 17 aprile del 1921, sancì la trasformazione del movimento in partito: nacque il Partito Sardo d’Azione: Camillo Bellieni fu eletto Direttore. Occasione questa, in cui si affinò il concetto di autonomia fino ad intendere il “Diritto per la Sardegna di legiferare per sé stessa”. Si parlò chiaramente di autogoverno del popolo sardo proponendo la trasformazione dello Stato in Repubblica che sarebbe stata organizzata in Federazione di regioni autonome. In quella decisione storica si passava dal recupero storiografico (indispensabile per sentirsi Nazione) al progetto politico che avrebbe dovuto interpretare la specialità isolana ad esclusivo vantaggio della costituenda Nazione Sarda.

Questi lineamenti programmatici riconducono al motivo ideale del Partito che è la conquista in Sardegna dell’autogoverno con la riaffermazione della necessità di un partito di popolo che sappia redimere l’Isola. I quattro punti all’ordine del giorno che costituiranno la piattaforma del partito futuro sono:  l’autonomia federale nel suo intrinseco legame con la sovranità popolare che rifiuta tanto il «rivoluzionarismo violento quanto il possibilismo democratico»; l’autonomia amministrativa che escluda ogni «ponderoso organo burocratico»;  la libertà di commercio o autonomia doganale;  il cooperativismo come superamento della lotta di classe. La nuova acquisizione teorica del Congresso, operata ancora una volta da Bellieni, faceva della regione una realtà naturale e spirituale di Nazione all’interno di una desiderata Repubblica plurinazionale ad ordinamento federale. Il primo motto del Partito dava un chiaro messaggio sulla propensione della matrice federalistica del PSd’Az: “Prima sardi e poi italiani”. Ma se questo è l’aspetto strategico e teorico di fondo, sin dai primordi nel costituendo partito sardo sono presenti due visioni alternative intorno al ruolo del partito: semplificando, si confrontano l’anima regionalista, che vede il PSdAz come partito regionalista maggioritario in Sardegna (Bellieni), e l’anima regionale, che vede invece il PSdAz come partito regionale destinato, laddove necessario, a fare alleanze con partiti nazionali italiani (Lussu). Ma le due anime, sin dagli anni immediatamente precedenti la fondazione del PSdAz, risultano perfettamente unite nella comune visione di un partito erede di Tuveri, legatario dei dilemmi irrisolti della Questione Sarda, e assertore del nesso inscindibile insularità/federalismo.

Ma il primo sardismo ha dovuto dibattere al suo interno intorno alla cosiddetta “italianità” della Sardegna, fondata in particolare dalla specialità dell’esperienza delle trincee che era stata vissuta sia come esperienza di guerra per la difesa della Patria (italiana), sia come eventi che aveva cementato in forme inedite il sentimento della nazionalità sarda. In realtà, la lettura dei testi dimostra che “italianità” ha sempre significato un dato storico oggettivo, non un’adesione politico-ideologica: dopo secolari e sfortunate epoche storiche nella lunga durata, la Sardegna si è trovata in età contemporanea a far parte della storia italiana, e sia pure da punti di vista diversi e spesso contrastivi. Si tratta cioè di una considerazione fattuale che nulla ha a che fare con qualsivoglia ideologia unionista, come dimostra la sempre centrale opzione federalista. Nonostante la fattuale e sia pur recente italianità dell’isola, nell’ideologia del primo sardismo matura la consapevolezza della assoluta specialità della Sardegna rispetto ad ogni altra compagine regionale italiana. Il ricorso ai temi della identità etnospirituale dei Sardi, forgiata nel corso dei secoli e per altri versi dei millenni, alla specialità etnolinguistica, a usi e costumi risalenti, a codici di comportamento, a radici giuridiche e a istituzioni originali, a produzioni monumentali e artistiche distintive, ha permesso ai sardisti di marcare una specialità multifunzionale della Sardegna, cui devono per forza corrispondere istituzioni federali finalizzate a regolare i rapporti con altre entità statuali. Pur nella varietà semantica, sin dalle elaborazioni combattentistiche, l’unità morale dei Sardi, e la distintività etnostorica della Sardegna, rappresentano dati ineludibili e mai posti in discussione. E sebbene a volte il concetto di Nazione pare oscillare tra aggettivo e sostantivo, la chiara autorappresentazione della generazione combattentistica rifluita nel sardismo indica la presenza di una diffusa coscienza del sentimento nazionalitario fondato sulla lunga durata, e quindi ben precedente a qualsiasi influenza della matrice italiana.

Camillo Bellieni

DUE STORIE PARALLELE: SARDOFASCISMO E SARDISMO CULTURALE (1922-1939), E SARDISMO DELL’ESILIO (1929-1945)

Il primo impegno elettorale il Partito  Sardo d’Azione lo affrontò nel breve volgere di un mese dalla sua nascita. Alle elezioni politiche del maggio 1921, raccoglie circa 1/3 dei consensi elettorali dell’isola, cioè più del doppio dei voti socialisti (12,4%) e quasi tre volte quelli del PPI (11,3%). Pietro Mastino e Paolo Orano sono confermati deputati e risultano eletti anche Umberto Cao ed Emilio Lussu.

Lussu interviene per la prima volta nell’Aula di Montecitorio l’8 dicembre 1921, in occasione del dibattito per la raggiunta indipendenza irlandese, precisando che il Partito Sardo d’Azione è autonomista e non separatista. La tesi è ribadita da Bellieni, al II Congresso del partito, svoltosi a Oristano nel gennaio 1922, esponendo l’ipotesi di un’Italia “riordinata su basi federali con la conquista delle autonomie regionali”.

Si erano intanto formati, anche in Sardegna, i primi fasci italiani di combattimento. Il Partito Nazionale Fascista è ben presto finanziato, a livello locale, dall’industriale minerario Ferruccio Sorcinelli, proprietario de “L’Unione Sarda”, in funzione anti-operaia.

Il III Congresso del PSd’Az è preceduto dalla sconfitta subita alle nuove elezioni del Consiglio provinciale di Sassari, dovuta all’alienazione dei consensi degli ex-combattenti particolarmente sensibili verso la Casa Reale e per le prime adesioni al fascismo. Il Congresso si svolge a Nuoro il 28 e 29 ottobre 1922, contemporaneamente alla Marcia su Roma, con una massiccia presenza della forza pubblica. Secondo la testimonianza di Dino Giacobbe avrebbe prevalso una linea attendista.

Durante le celebrazioni del IV anniversario della vittoria, il 4 novembre 1922, a Cagliari, i fascisti sono espulsi dal corteo e costretti a riparare sotto la protezione della polizia. Lussu subisce un’aggressione ed è ferito durante un comizio. Per tale motivo non può presenziare al voto di fiducia al governo Mussolini, ma la contrarietà del Partito Sardo d’Azione al nuovo governo è espressa per bocca di Umberto Cao, che in un infuocato scontro con Mussolini, specifica che il PSd’Az non approva alcuna deriva separatista. Nel frattempo, la redazione del quotidiano autonomista Il Solco è incendiata e il militante Efisio Melis ucciso. Allo sbarco di duecento camicie nere a Olbia, provenienti da Civitavecchia (1º dicembre 1922), il partito sardo risponde, data la totale inerzia delle forze di polizia, dotandosi di una formazione paramilitare, le camicie grigie.

Le vicende della fusione tra PNF e PSd’Az si collocano storicamente in questo quadro di incertezze e di caos, e devono essere anche inquadrate nella dialettica sardista, divisa tra una concezione del partito regionalista, come tale tendenzialmente estraneo a qualsiasi ipotesi di alleanza o peggio di fusione, e un’altra concezione più pragmatica del partito regionale, che in determinate circostanze, sul piano tattico, e sempre salvaguardando la specialità programmatica sardista, può concepire rapporti stretti con altri partiti italiano. Pertanto, se si eccettua una risicata minoranza di personaggi che aderisce alla fusione per motivi squisitamente ideologici (per tutti, Paolo Orano e Enrico Endrich), tutti gli altri aderiscono in base a motivazioni tattiche e pragmatiche, tutte orientate a trovare strumenti politico-economici ulteriori per il rifiorimento della Sardegna. La complessità dei temi costitutivi della Questione Sarda, le nuove spinte propulsive della modernizzazione proposte dal fascismo, i mutati scenari economici e geopolitici su scala internazionale, hanno indotto molti sardisti a non ostacolare una alleanza tattica con il PNF.

L’incarico di Mussolini al prefetto, generale ed ex combattente Asclepia Gandolfo, per gestire le trattative per la fusione, rappresenta un episodio che va ricondotto a precisi ragionamenti storiografici e alla promessa disponibilità di ingenti risorse per modernizzare una Sardegna stremata da secoli di deprivazioni e servaggio, e da una guerra devastante. L’idea che solo una alleanza con un grande partito italiano al governo potesse garantire il rifiorimento, connesso a una percezione ancora germinale della natura del fascismo, hanno indotto i sardisti assertori del partito regionale ad aderire alla fusione. Ma, sull’altro versante, i sardisti assertori del partito regionalista, facevano leva sul rischio di una fusione che poteva annacquare i valori fondamentali del sardismo. E non a caso, i campanelli d’allarme erano suonati a causa della propaganda di regime, la quale, tramite Mario Govi, aveva tentato di spacciare il fascismo come avanzato regime autonomistico, anziché come un regime che al massimo poteva concedere il decentramento, ma ciò avrebbe significato il de profundis per la vocazione federalista sardista. Inoltre, i sardisti critici nei confronti della fusione avevano colto nei disordini fomentati dalle camicie nere un segnale della natura autoritaria del nascente fascismo, come tale inconciliabile con i principi sardisti.

Lussu fu protagonista diretto delle trattative, sia per la evidente notorietà, sia perché la fusione rientrava nella sua visione del PSd’Az come partito regionale: per il leader sardista la Questione Sarda poteva risolversi solo in un contesto politico più ampio e non certo nell’insignificanza della rappresentanza parlamentare sardista. E Lussu, come tanti altri protagonisti, più che a una vera e propria fusione, valida semmai sul piano organizzativo e della distribuzione dei collegi elettorali, mirava ad una alleanza che salvaguardasse i fondamenti dell’ideologia sardista, e in primo luogo il federalismo. Il documentato ruolo di Lussu nel convincere altri sardisti riluttanti fu contrastato da personaggi autorevoli, e tra questi in particolare Bellieni, e la scarsa chiarezza di Gandolfo nel riconoscimento degli incarichi apicali, sono elementi che servono almeno in parte a spiegare il dietrofront di Lussu.

Il congresso straordinario che si tiene a Macomer ai primi di marzo del 1923 vede fronteggiarsi due mozioni: quella anti-fascista, presentata da Davide Cova, Giovanni Battista Puggioni, Lussu, Mastino, approvata, e quella dei sostenitori della fusione col PNF sostenuta da Pili che con le elezioni del 1924 passa tra le file del fascismo. Per alcuni e in particolare per Pili c’era l’ambizione di attuare i programmi del sardismo attraverso la copertura fascista, riuscendo a ottenere dal governo lo stanziamento, per la Sardegna, di un miliardo di lire da spendere in opere pubbliche: infatti egli si dà da fare nello studio di innovazioni dell’agricoltura e dell’allevamento; poi però (dopo il 1927) viene meno la sua leadership. Il 27 settembre 1925 si svolge a Macomer il V Congresso del PSdAz che fu definita “la manifestazione antifascista più importante che si sia svolta nel paese quell’anno”. I 250 congressisti confermano la ferma opposizione al fascismo quale “antilibertario, accentratore e protezionista”. Il 31 ottobre dell’anno seguente  Lussu reagisce al tentativo di aggressione da parte di alcuni fascisti, penetrati nella sua abitazione di Cagliari, con l’uccisione di un giovane squadrista. Contemporaneamente, il PNF provvede alla soppressione in Italia di tutti i partiti di opposizione, compreso il Partito Sardo d’Azione.

Tuttavia, il sardofascismo politico ha avuto una durata limitata, che si spinge sino al 1927, quando anche la stella di Paolo Pili cade in rovina per motivi che con l’ideologia politica hanno ben poco a che fare. Ma il sardofascismo, complice il liberticida REGIO DECRETO 6 novembre 1926, n. 1848, soppressivo dei partiti, sopravvive in altre forme espressive, e in particolare in una vasta opera culturale e artistica che dura sostanzialmente sino al 1939. Tramite il contributo di fondamentali riviste di cultura e di arte il sardismo privo di una rappresentanza partitica sopravvive e sviluppa ad ampio raggio i propri codici fondanti, e soprattutto una visione mitopoietica apparentemente priva di valenza politica. Il fenomeno del sardismo culturale, peraltro, aveva iniziato a esercitare la sua fondamentale influenza tramite la rivista di Raimondo Carta Raspi, “Il Nuraghe” (1923-1929), che funse da fucina per veicolare la nuova cultura e le nuove acquisizioni universitarie, e per estenderne la portata sino a sviluppare una coerente mitopoiesi capace di saldare le nobilitanti radici nuragiche al nuovissimo corso del PSdAz. Dopo il 1926, l’attività culturale delle riviste e le produzioni artistiche di impronta sardista diventa la sola forma espressiva permessa dal regime. Tramite la vasta e trasversale partecipazione di artisti delle varie estrazioni politiche e ideologiche, il sardismo culturale ha potuto approfondire tutti i temi degli studi sardi universitari, e ne ha sviluppato di ulteriori: la rivisitazione del folklore tramite i contatti con la modernizzazione artistica su scala internazionale; la vasta opera di recupero e valorizzazione della storia politica e culturale isolana; la riproposizione dei temi della lunga durata delle radici sardiste. Senza questa vasta operazione culturale, svolta in sordina all’interno di una mai operativa omologazione culturale, il sardismo ha continuato a sviluppare il proprio potenziale mitopoietico che, immediatamente dopo la caduta del fascismo, ha permesso al PSdAz di recuperare un vastissimo consenso maturato sul piano degli ideali e della cultura.

Mentre in Sardegna la resistenza al regime si attua tramite una vasta rete culturale e mutualistica, la storia del sardismo si divarica solo in occasione del fenomeno dell’esilio di parecchi personaggi a seguito della repressione fascista, parecchi dei quali furono tra l’altro impegnati tra l’organizzazione della resistenza in Francia, e la partecipazione alla guerra di Spagna (1936-1939). Gli uni e gli altri contribuirono a tenere vivo il sardismo e a fare un’opera reticolare di propaganda. Senza la silenziosa presenza dei sardisti in patria, e senza l’opera altrettanti meritoria dei sardisti esuli, il PSdAz non avrebbe potuto contare su un consenso maggioritario e trasversale presso i Sardi.

Emilio Lussu

Lussu è condannato all’esilio nell’isola di Lipari, dalla quale tuttavia, insieme a Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti, e in circostanze ancora da chiarire, riesce a fuggire il 27 luglio 1929. Giunto a Parigi, nell’agosto del 1929, fonda il movimento antifascista Giustizia e Libertà, insieme a Carlo Rosselli, Gaetano Salvemini, Alberto Tarchiani, Francesco Fausto e Vincenzo Nitti.

Alcuni dirigenti sardisti seguiranno il percorso di Lussu, legandosi a Giustizia e Libertà e all’antifascismo europeo, tra i quali Francesco Fancello, Stefano Siglienti e Dino Giacobbe. Quest’ultimo parteciperà alla guerra civile spagnola, al comando della batteria Carlo Rosselli; nella stessa guerra troverà la morte il sardista Giuseppe Zuddas.

Altri continueranno la propria militanza antifascista resistendo alle violenze dello squadrismo. Luigi Battista Puggioni assisterà alla distruzione del proprio studio di avvocato; Giovanni Battista Melis sarà incarcerato nel 1928 a Milano; Camillo Bellieni costretto a un’esistenza precaria in giro per l’Italia, sotto la stretta sorveglianza della polizia

Il 21 giugno 1943, a guerra in corso, a Bono, si celebra un congresso clandestino del PSdAz. Dopo la liberazione della Sardegna, nel novembre dello stesso anno, esce a Sassari Lineamenti del programma politico del Partito Sardo d’Azione, a opera del direttore uscente, Luigi Battista Puggioni. Nell’opuscolo sono ribaditi i valori storici e i programmi del partito: autonomia amministrativa e cooperativismo. In breve tempo il partito riesce a costituire 251 sezioni con circa 37.000 iscritti.

Nel frattempo, Emilio Lussu che, dopo l’assassinio di Carlo Rosselli aveva assunto la guida di “Giustizia e Libertà”, era rientrato in Italia dall’esilio nell’agosto del 1943 e aveva aderito al Partito d’Azione, sorto clandestinamente a Roma nel giugno del 1942, con un programma repubblicano, federalista e antifascista, ma anche con alcuni elementi di socialismo. Lussu si era adoperato affinché tutto il movimento “Giustizia e Libertà” confluisse nel nuovo partito e, sulla stessa linea era stato seguito da sardisti come Pietro Mastino, Francesco Fancello e Stefano Siglienti o simpatizzanti come Mario Berlinguer, entrati nei quadri del Partito d’Azione.

Lussu, dopo l’esilio, rientra in Sardegna sbarcando a Cagliari, il 30 giugno 1944, ed è accolto trionfalmente. Nel luglio 1944, a Macomer, si svolge il VI Congresso del Partito Sardo d’Azione. Francesco Fancello, su indicazione di Lussu, allora assente, propone un patto federativo con il Partito d’Azione che è approvato, e di fatto contribuisce a bloccare sul nascere ogni “deviazione” separatista.

Gli anni del sardismo dell’esilio devono essere ricordati non solo per l’ovvia matrice antifascista, e per una meno evidente ma presente matrice antisovietica, ma anche per il contributo alla formazione di una visione mitopoietica a cui Lussu, in particolare, ha dato un notevole impulso. È negli anni Trenta che Lussu elabora i suoi più importamti scritti sul federalismo, la cui profondità prospettica e politica ha anche influenzato l’ideologia di molti azionisti. In quel quindicennio Lussu elabora anche una prospettiva di matrice socialista, che da un lato recepisce alcune posizioni del socialismo liberale di Rosselli, programmaticamente ostili al marxismo, e dall’altro gli consentono di precisarne la portata in rapporto alla vera matrice ruralista da cui Lussu ha sempre preso le mosse, in aderenza alle sue posizioni sulla Questione Sarda. Di qui la sua distanza netta rispetto a Gramsci, e soprattutto alle linee politiche dei comunisti. Ma oltre alla formazione di una più compiuta visione filosofico-politica, negli anni dell’esilio Lussu formula anche la propria opera di autorappresentazione eroica in funzione mitopoietica, sia con il capolavoro Un anno sull’altipiano, sia tramite vari scritti letterari, e tra questi Il cinghiale del diavolo che, assai più che negli scritti politici, gli consente di elaborare una compiuta visione nazionalitaria che basa il sentimento della nazionalità sarda sul recupero di codici ancestrali.

GLI ANNI DEL SARDISMO COSTITUENTE TRA RIFORMA FEDERALE E NASCITA DELL’AUTONOMISMO SPECIALE (1945-1948)

Il 18 gennaio 1945 in Piazza Yenne, a Cagliari, a seguito di alcune voci che invitavano i giovani sardi alla chiamata alle armi a fianco degli Alleati, il movimento giovanile sardista organizza una manifestazione di protesta che sfocia in disordini e arresti indiscriminati ai quali seguono altri assalti alle caserme e ai commissariati. Buona parte degli oratori e degli arringatori della protesta proviene dal movimento giovanile sardista.

Al congresso del marzo 1945, si contrappongono l’ala moderata, quella ideologicamente più liberal-democratica (Bellieni), quella favorevole a posizioni socialiste (Lussu), e quella, minoritaria, indipendentista. Lussu si esprime per il ripudio totale del separatismo e per l’abbraccio verso posizioni di economia di tipo socialista, in conformità con gli orientamenti che stava imprimendo al Partito d’Azione, con il quale il partito sardo era federato; trova, però, l’altro capo “storico”, Camillo Bellieni, totalmente contrario, così come è contraria la base sardista, diffidente nei confronti del soviettismo e di ogni posizione dirigistica di matrice operaistica.

Si riesce, comunque, ad approvare un documento di compromesso fondendo le relazioni di Puggioni, Salvatore Cottoni, Gonario Pinna, Bartolomeo Sotgiu e Luigi Oggiano in cui si concorda per l’autonomia dell’isola nell’ambito di una repubblica federale e la riforma agraria. Prima della conclusione del congresso, Lussu, insoddisfatto, presenta un ordine del giorno della sezione di Cagliari, dalla chiara impronta azionista, il quale viene bocciato dai 2/3 dei delegati, provocando l’ira del combattente antifascista che abbandona la sala insieme ad altri della sua componente. La direzione uscente è comunque riconfermata e riuscirà a ricucire lo strappo con Lussu, qualche mese più tardi.

L’obiettivo di formulare uno Statuto regionale autonomo è avviato con l’insediamento della Consulta Nazionale, il 29 aprile 1945 che, a composizione paritetica dei partiti, affiancava il lavoro dell’Alto Commissario governativo per la Sardegna.

Il contributo del PSd’Az ai lavori della Consulta è stato di altissimo valore teorico e politico, in quanto quelle sardiste sono state l’unico contributo alla elaborazione di una vera radicale riforma istituzionale in senso federale. Le proposte sul federalismo sono state elaborate da Gonario Pinna e da Luigi Oggiano, e rappresentano la punta più avanzata dell’intero dibattito non solo in seno alla Consulta, ma anche nell’ambito generale della cultura giuridica e politica italiana, con particolare riferimento ai lavori paralleli dell’Assemblea Costituente, di cui Lussu e Mastino furono importanti membri. La proposta di un modello di dual federalism, con le competenze statali rigidamente enumerate, e il resto in capo alla Sardegna-Ente federato, non fallì per qualche profilo di illegittimità tecnico-giuridica, ma per l’opposizione pregiudiziale di tutti gli altri partiti rappresentati, nessuno dei quali aveva proposto un qualsiasi testo alternativo, e anzi alcuni, e in primis i partiti di sinistra, avevano fatto formale attestazione di anti-autonomismo. Di fatto, alcuni deficit imputabili agli stessi sardisti, tra cui la mancata elaborazione della piattaforma di riforma economica e dei relativi documenti, e il più generale orientamento in Assemblea Costituente, ostile a qualsiasi ipotesi di riforma in senso federale, decretarono il rigetto della proposta sardista. Quando Lussu propose alla Consulta di estendere alla Sardegna il testo prefederale già approvato per la Sicilia, i consultori sardi non aderirono, in opposizione alle indicazioni del partito, motivando il rigetto della proposta con un argomento assai poco strategico: in tal modo si sarebbe vulnerata l’autonomia della Consulta, a cui sola spettava la redazione di un progetto di statuto speciale. La seconda sconfitta storica del federalismo resta scolpita in alcuni magnifici discorsi di Lussu, e apre la nuova stagione autonomistica. Lo Statuto speciale per la Regione Sardegna sarà approvato con Legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 e rappresenta una vittoria dimidiata dell’autonomismo sardo in quanto nasce depotenziato rispetto al testo più avanzato proposto dalla Consulta regionale sarda dai consultori sardisti.

In parallelo, il 20 ottobre 1947 si scioglie il Partito d’Azione che, in base alle direttive programmatiche del suo leader Emilio Lussu, era confluito nel Partito Socialista Italiano, per rafforzare il blocco delle sinistre. Le intenzioni di Lussu erano quelle di portare anche il Partito Sardo d’Azione nell’alveo del socialismo italiano, tramite un patto federativo, ma dichiarò di subordinare questa scelta all’esito di un nuovo congresso del partito. Ai sardisti, in vista delle elezioni politiche, è offerta l’adesione al Fronte Democratico Popolare nella composizione di liste comuni in funzione anti-democristiana e antiamericana ma il direttorio, riunitosi a Macomer il 18 febbraio 1948, respinge ogni possibilità di accordo coi socialcomunisti. Nelle elezioni del 18 aprile del 1948 il PSd’Az, subisce un vistoso arretramento di consensi (10,3% su base regionale) e riesce a eleggere soltanto un deputato, Giovanni Battista Melis e un senatore, Luigi Oggiano insieme a Lussu e Mastino, senatori di diritto in base alla III disposizione transitoria e finale della Costituzione Italiana.

Pietro Mastino

IL SARDISMO DI GOVERNO TRA AUTONOMIA SPECIALE E SVOLTA ETNOFEDERALE (1949-1969)

A nemmeno un mese dalle elezioni, il direttorio fissa la data del nuovo congresso, da svolgersi a Cagliari il 3 e il 4 luglio. Un primo atto della battaglia interna è il congresso della sezione cagliaritana che vede il predominio dei lussiani e la sostituzione del presidente della sezione, Pietrino Melis, fratello di Giovanni Battista, con l’avvocato “lussiano” Giuseppe Asquer. Le mozioni depositate sono cinque: quella dei lussiani, denominata “mozione socialista autonomista”, la “mozione sardista” degli autonomisti, una mozione di matrice terzaforzista a firma di Gonario Pinna, una mozione della federazione giovanile cagliaritana e una presentata da Emilio Fadda, di orientamento conservatore. La prima, che intendeva il Psd’Az come partito di classe e inserito nel movimento internazionale della sinistra, fu sottoscritta oltre che da Lussu, da Dino Giacobbe, Giuseppe Asquer, Anton Francesco Branca, Armando Zucca, e si presentava particolarmente forte nella provincia di Cagliari, tradizionale bacino elettorale di Lussu; la seconda rivendicava l’adesione ai principi originari del sardismo e propugnava una sostanziale inconciliabilità con i partiti italiani, riceve il sostegno “esterno” di Camillo Bellieni ed è sottoscritta da Pietro Melis, Luigi Oggiano e anche da Pietro Mastino.

Il congresso si svolge nei locali della manifattura tabacchi. La relazione introduttiva del direttore Melis e la presentazione delle mozioni a opera di Armando Zucca e Luigi Oggiano subiscono varie interruzioni. Lussu, vistosi in minoranza, convoca i suoi seguaci e abbandona clamorosamente il congresso. La mozione sardista e quella di Gonario Pinna vengono unificate e si procede agli adempimenti congressuali; Piero Soggiu è eletto nuovo segretario.

L’ultimo congresso con la presenza di coloro i quali, 27 anni prima, avevano contribuito alla fondazione del partito, si conclude con una scissione. I lussiani raggiungono il vicino cinema Olimpia e fondano il Partito Sardo d’Azione Socialista che, presentatosi col proprio simbolo alle prime elezioni regionali otterrà il 6,6% e tre consiglieri regionali, sinché, nel novembre 1949 confluirà nel Partito Socialista Italiano.

Antonio Simon Mossa

La scissione dell’ala di sinistra ha per naturale conseguenza una complessiva svolta a destra del PSdAz che, alle elezioni regionali del 1949, conferma sostanzialmente i risultati delle politiche dell’anno precedente. Con il 10,4% complessivamente ottenuto, sono eletti sette consiglieri regionali: Pietro Melis, Anselmo Contu, Piero Soggiu, Peppino Puligheddu, Luigi Satta, Alberto Mario Stangoni e Giangiorgio Casu.

Il partito entra nella giunta a guida democristiana di Luigi Crespellani, con Presidente del Consiglio Regionale il sardista Anselmo Contu, nonostante la contrarietà di Bartolomeo Sotgiu e Antonio Bua e, soprattutto di Gonario Pinna e Antonio Simon Mossa, che usciranno dal partito. Gli assessori sardisti si battono soprattutto sulle questioni riguardanti la riforma agraria e le entrate finanziarie. Nel partito, si fa notare una certa vivacità giovanile, in particolar modo ad opera di Marcello Tuveri, Marco Diliberto, Ignazio Delogu, Virgilio Lai, Fernando Pilia e Michelangelo Pira, che diviene direttore de Il Solco.

Dopo il congresso del 1951, che riporta Giovanni Battista Melis alla carica di direttore, il PSdAz esce dalla giunta regionale e, alle elezioni politiche e regionali del 1953 subisce un crollo di consensi (7% e 4 seggi). Il partito rientra temporaneamente in giunta assieme alla DC sino al 1958, quando, alle elezioni politiche stringe un’ambiziosa alleanza alternativa ai due blocchi con il Movimento Comunità di Adriano Olivetti, che non otterrà i risultati auspicati.

Nel 1958, la giunta regionale, guidata dal democristiano Efisio Corrias istituisce un apposito assessorato al Piano di Rinascita della Sardegna, in attuazione dell’art. 13 dello statuto regionale. I sardisti Pietro Melis e Anselmo Contu entrano in giunta, rispettivamente all’Industria e al Turismo. Sulla scena politica regionale compaiono i nomi di Nino Ruiu, Sebastiano Brusco, Salvatore Sechi e Carlo Sanna. Si definisce in questi anni un accordo organico col Partito Repubblicano Italiano che consente a Giovanni Battista Melis di essere eletto alla Camera dei deputati alle elezioni politiche del 1963.

Negli anni sessanta fa scalpore il gesto di protesta del sindaco sardista di Ollolai, Michele Columbu, che marcia a piedi verso  Cagliari, per protestare contro la destinazione verso l’industria chimica del Piano di Rinascita, a scapito del settore agricolo. Rientra nel PSd’Az l’architetto algherese Antonio Simon Mossa e, dalle pagine della Nuova Sardegna (spesso adoperando lo pseudonimo di Fidel) comincia a introdurre tematiche indipendentistiche, il problema etnolinguistico come fondamento del diritto della Sardegna al riconoscimento dello status di minoranza linguistica, i temi terzomondisti che denunciano il neocolonialismo dello Stato italiano, e la proposta etnofederalista. Nel 1965, Mossa e i suoi più stretti collaboratori (Ferruccio Oggiano, Antonio Cambule, Nino Piretta e Giampiero Marras) conquistano la federazione sassarese, sconfiggendo la componente del consigliere regionale Nino Ruiu. Simon Mossa oltre a smontare il paradigma della Rinascita, innovava profondamente il linguaggio politico e teorico del sardismo.

La linea politica di Simon Mossa, tenacemente ostacolata da esponenti di primo piano come Armando Corona, Peppino Puligheddu e Nino Ruiu, sensibili alla alleanza col PRI di Ugo La Malfa, riesce a guadagnarsi l’appoggio di Michele Columbu, Giovanni Battista Melis e Piero Soggiu e, al XVI congresso del febbraio 1968, riesce ad ottenere una modifica dell’art. 1 dello statuto del partito, in senso federalistico: “Il Partito Sardo d’Azione è la libera associazione di tutti coloro i quali vogliono unirsi allo scopo di costituire una forza politica che abbia come meta l’Autonomia Statuale della Sardegna, ben precisata costituzionalmente, nell’ambito dello Stato Italiano concepito come Repubblica Federale”. La componente minoritaria abbandona progressivamente il partito, aderendo al Partito Repubblicano Italiano.

Gli anni Sessanta rappresentano un potente incubatore di nuove sollecitazioni ideologiche utili per sviluppare tutte le intuizioni del primo sardismo nei nuovi contesti geopolitici. Con le elaborazioni simon-mossiane, la Sardegna cessa di rappresentare una sorta di anomalia nel cuore della Modernità europea e mediterranea, e la battaglia sardista rientra nel più vasto contesto delle minoranze etnolinguistiche che rivendicano il diritto all’autodeterminazione nel preciso senso rivendicato da altre realtà coinvolte nei processi di decolonizzazione. La ripresa dei temi originari, e della polemica anticolonialista, unitamente allo sviluppo di una più precisa ideologia etnopolitica, consente al PSdAz di elaborare un nuovo paradigma della indipendenza organicamente correlato al federalismo delle etnie, in linea con le intuizioni del federalismo euromediteraneo elaborato un secolo prima da Del Zio. In tal modo, il pensiero federalista sardista supera i residui dell’ipoteca statalistica e statocentrica, che concepiva il federalismo come mero rapporto Sardegna/Stato italiano, e ne estende la portata anche ad altre realtà minoritarie, spesso denominate “sub-nazioni”. Sul piano mitopoietico, Simon Mossa opta per una visione contemporaneista, fondata sul recupero dell’epopea angioiana, e sulla scelta di scenari esemplari terzomondisti di matrice latinoamericana.

Michele Columbu

LA CRISI SARDISTA DEGLI ANNI SETTANTA TRA SVOLTA INDIPENDENTISTICA, QUESTIONE ETNOLINGUISTICA E INFLUENZE NEOSARDISTE (1970-1983)

Con la morte di Simon Mossa  nel luglio del 1971, il partito torna in mano alla vecchia guardia rappresentata da Melis, Soggiu, Contu e Michele Columbu. I sardisti, sviluppando la vecchia idea lussiana del partito regionale, accettano la proposta di PCI e PSIUP per un’alleanza elettorale alle politiche del 1972. Columbu è eletto deputato e si iscrive al gruppo misto comprendente gli autonomisti della Valle d’Aosta e del Trentino-Alto Adige.

Nel 1974, Columbu subentra a Melis alla segreteria del partito. Pochi mesi dopo, le elezioni regionali rappresentano una disfatta per il Partito Sardo d’Azione. I suffragi non superano il 2,5% e l’unico sardista eletto al consiglio regionale è l’anziano Giovanni Battista Melis.

Oltre al segretario Columbu, il partito si raccoglie nelle personalità di Carlo Sanna a Cagliari, Italo Ortu a Oristano, Mario Melis a Nuoro e Nino Piretta a Sassari, dove, nel 1975, si eleggono due consiglieri comunali. L’alleanza col PCI è confermata alle elezioni politiche del 1976, e l’avvocato Mario Melis, fratello di Giovanni Battista, è eletto al Senato.

La seconda parte degli anni Settanta registra le difficoltà dell’industria chimica, che rappresenta il perno dell’economia isolana. Gli impianti della SIR – Società Italiana Resine, di cui è proprietario Nino Rovelli, infatti, sono localizzati al nord (Porto Torres), al sud (Cagliari) e al centro (Ottana) dell’isola. Proprio il successo della petrolchimica, fiore all’occhiello del Piano di Rinascita, aveva assicurato l’egemonia politica e culturale della DC e l’affermazione dei quadri sindacali dei partiti di sinistra. Il suo declino fu forse la causa della ripresa delle tematiche sardiste, portate avanti dal PsdAz e dai movimenti indipendentisti, che si concentrarono sulla richiesta della zona franca fiscale e sulla tutela della lingua sarda. Nel 1977 si formò un comitato per la raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare sul bilinguismo che ebbe successo.

Alle elezioni politiche del 3 giugno 1979, il Partito Sardo d’Azione tocca il minimo storico con 17.673 voti alla Camera dei Deputati e 15.766 al Senato. Due settimane dopo, tuttavia, alle elezioni regionali, grazie al patto elettorale con il movimento Su Populu Sardu, sotto l’emblema dei Quattro Mori e la scritta “Libertade e Socialismu”, si riescono a raccogliere 30.238 voti, pari al 3,3% dei consensi e ad eleggere in Consiglio Carlo Sanna, Mario Melis e Nino Piretta, con un incremento dello 0,8 % e di due seggi, rispetto alle precedenti regionali.

Mario Melis

In parallelo alle vicende del PSdAz, negli anni Settanta si sviluppa in parallelo il variegato fenomeno del Neosardismo, formula di sintesi utile per identificare vari movimenti, diverse testate e importanti saggi, che hanno variamente ispirato e condizionato l’ideologia sardista, fermo restando che tutti i temi neosardisti, ad eccezione dell’archeologia, sono stati in precedenza sviluppati da Simon Mossa. Il neosardismo ne ha semplicemente rilanciato la portata nei nuovi contesti, e ne ha sviluppato le intuizioni anche tramite l’organizzazione di importanti eventi, e la fioritura di una interessante attività giornalistica e saggistica. Dopo i fatti di Pratobello e di Orgosolo, alla fine degli anni Sessanta, nascono diversi soggetti che, organizzati nella forma più fluida e dinamica dei movimenti, sviluppano un sardismo etnopolitico che anticipa alcune delle innovazioni ideologiche del PSd’Az. A partire dal Circolo Città/Campagna, fondato da Antonello Satta ed Eliseo Spiga, nel breve giro di pochi anni in Sardegna fioriscono importanti iniziative in forma di periodico, tra le quali si ricordano: “Su Populu Sardu” (fondato ma Elisabetta e Mario Carboni, con la collaborazione di Gianfranco Pintore, Angelo Craia, Diego Corraine, Lorenzo Palermo); “Il Popolo Sardo” (fondato da Ariuccio Carta, e diretto da Giovanni Lilliu); “Nazione Sarda” (diretta da Antonello Satta, fondata da Gianfranco Contu, Eliseo Spiga, Elisa Nivola, Francesco Masala, con collaborazioni di Giuseppe Usai e Giovanni Lilliu); “Sa Republica Sarda” (fondata da Gianfranco Pinna, con la collaborazione di Gustavo Buratti e Ugo Dessy); “Sardegna Europa” (fondata e diretta da Giuseppe Usai).

Oltre a rilanciare sul piano politico la questione etnico-linguistica (culminata con la proposta di legge di iniziativa popolare sul bilinguismo, a cura del Comitato presieduto da Francesco Masala), i vari movimenti neosardisti hanno elaborato tra il 1973 e il 1981 importanti contributi sul federalismo (dalla sua dimensione etnopolitica sino alla visione europea); sul problema costituzionale della Sardegna come minoranza linguistica; sui nuovi temi della diffusione del sardo nelle scuole e nelle università; sulla critica radicale dell’autonomia speciale; sui temi del colonialismo interno; sul modello esogeno di sviluppo originato dalla filosofia dei Piani di Rinascita; sull’archeologia come fondamento mitopoietico della Nazione Sarda; sui sottosuoli isolani intesi come deposito di codici identitari da attualizzare anche in chiave economica. In questo nuovo clima matura la svolta indipendentista del PSdAz, peraltro già delineata da Simon Mossa, in cui il valore della Indipendenza è correlato alla visione del federalismo, e vale a distinguere nettamente l’ideologia sardista dai focolai separatistici, da qualsiasi coinvolgimento nei confronti della lotta armata, e da ogni progetto eversivo. In sostanza, con il fallimento politico della battaglia sul bilinguismo, e il conseguente scioglimento dei movimenti neosardisti, è il PSdAz a farsi interprete del nuovo corso ideologico-politico.

IL VENTO SARDISTA E IL SARDISMO DIFFUSO TRA NUOVA COSCIENZA EUROPEISTA, ALLEANZA CON IL CENTROSINISTRA E DIBATTITO CON LA LEGA NORD (1984-1998)

Al rinnovato entusiasmo segue, nel 1980, una serie di successi elettorali nelle comunali di Cagliari, dove sono eletti Michele Columbu (anche sindaco per un solo giorno) e Bachisio Morittu, e a Sassari, dove il partito raddoppia la rappresentanza.

A Porto Torres, tra il 5 e il 6 dicembre 1981 si celebra il XX congresso del Partito Sardo d’Azione, che delibera la modifica dell’art. 1 dello statuto, inserendo la parola “indipendenza” in luogo di “autonomia statuale”, senza più nessun riferimento allo stato italiano. Lo strappo totale con l’Italia provoca indignazione e accuse di fomentare un complotto separatista con l’aiuto della Libia.

Alle elezioni politiche del 1983 Mario Melis è eletto deputato e Giovanni Battista Loi senatore. L’anno successivo Michele Columbu entra nel Parlamento Europeo e alle elezioni regionali il partito consegue il 13,8% e dodici consiglieri. Melis opta per il Consiglio regionale lasciando il seggio di deputato a Giovanni Battista Columbu. Sono eletti anche Giorgio Ladu e Franco Meloni. La maggior parte dei consensi arrivano dalle maggiori città dell’isola: a Cagliari e a Sassari il PSd’Az, infatti, sfiora il 20%. Sono, quindi, i ceti appartenenti al mondo imprenditoriale e artigianale e a quello delle professioni che guardano con interesse i sardisti, mostrando diffidenza verso le politiche economiche dello Stato italiano.

La svolta indipendentistica ha avuto la triplice funzione di capitalizzare il lascito neosardista, di non concedere spazio vitale a gruppi minoritari che usano l’indipendentismo in senso separatista, e per saldare in un unico paradigma il nesso inscindibile indipendenza/federalismo.

Nel 1984 la presidenza della Regione tocca a Mario Melis, che inaugura una Giunta di alternativa di sinistra. La presidenza Melis resta in carica per l’intero quinquennio con la formazione di tre giunte sorrette da una maggioranza di sinistra (PCI e PSI, PSDI e PRI). Alle elezioni comunali e provinciali del 1985 il partito cresce ancora; a Cagliari sono eletti nove consiglieri e a Sassari otto. Alle elezioni politiche del 1987 sono confermati alla Camera Columbu e Loi ed è eletto il segretario Carlo Sanna. Non si riesce ad attuare le proposte più care ai sardisti, e cioè l’istituzione della zona franca e la legge sul bilinguismo, bocciata l’ultimo giorno della legislatura per il voto contrario degli alleati comunisti.

Il quinquennio del vento sardista (1984-1989), caratterizzato dalla capacità del PSdAz di capitalizzare le battaglie e il consenso politico e culturale di matrice neosardista, ha prodotto alcune innovazioni relative alla ideologia politica sardista. Il nuovo corso politico, identificato con l’alleanza di governo PSdAz/sinistra, si trova nella condizione di accreditare l’alleanza politica tramite una revisione della mitopoiesi, vale a dire mediante la costruzione di una piattaforma ideologica che fa leva sul nuovo concetto di “costante autonomistica”. Ferma restando la pregiudiziale federalista, il nuovo orizzonte di governo è interamente colonizzato dalla cultura politica autonomistica, e di conseguenza si è reso necessario esibire un Pantheon rappresentativo delle maggiori figure storiche del pensiero autonomistico. Solo così si spiega l’adiacenza (mitopoietica, ma non certo storiografica) di figure come Angioy, Tuveri e Lussu con le figure di Gramsci e Laconi, unificate dalla necessità politica di sdoganare l’intera tradizione politica comunista, che sin dagli anni della Consulta aveva assunto posizioni decisamente incompatibili con l’autonomismo in generale, e con la cultura federalista del sardismo. Nasce così la formula del sardismo diffuso, che tuttavia, complice il fallimento dell’alleanza con la sinistra comunista, si è rivelato solo un episodio significativo seppur marginale dello sviluppo della ideologia sardista.

Alla vigilia delle elezioni regionali del 1989 il leader sassarese Nino Piretta è arrestato con l’accusa di concussione e truffa. Il Psd’Az ha un calo minimo di voti ma perde due seggi ed è superato dal Partito Socialista Italiano. Ciò permette alla DC di tornare al governo regionale con una maggioranza coerente con quella del quadro nazionale.

Il partito si presenta all’appuntamento del XXIII congresso (8-9 dicembre 1989) radicato in tutta la Sardegna con centinaia di amministratori e un ceto intellettuale piuttosto attivo, riunito attorno alla testata Il Solco che aveva ripreso le pubblicazioni sotto la direzione di Gianfranco Pintore. Carlo Sanna è rieletto segretario. Le amministrative del 1990, tuttavia, si rivelano un insuccesso, soprattutto a Cagliari. Le difficoltà non cessano né durante la segreteria di Efisio Pilleri, espressione dei rinnovatori, né durante quella del subentrante Giorgio Ladu.

Alle elezioni politiche del 1992, l’imprenditore di Porto Torres  Giancarlo Acciaro, figura emergente nella Provincia di Sassari, della quale era stato assessore e Vice-Presidente, viene eletto alla Camera, mentre al Senato il seggio viene conquistato dal cardiochirurgo cagliaritano Valentino Martelli. Pochi giorni dopo l’insediamento, tuttavia, Martelli lascia il gruppo autonomista per il Partito Liberale. Il segretario Giorgio Ladu, strenuo sostenitore della candidatura, si dimette. Gli succede Italo Ortu che deve fronteggiare l’uscita dal partito dei consiglieri regionali Bachisio Morittu, Giorgio Murgia e del cantautore Piero Marras che aderiscono, insieme ad alcuni ex-comunisti, al gruppo “Rinascita e Sardismo”; altri militanti e dirigenti passano a Sardigna Natzione.

Il quinquennio 1989-1994, complice il mutato quadro politico internazionale determinato dall’abbattimento del Muro di Berlino, dalla rivoluzione giudiziaria di Mani Pulite, e dall’avvento di Silvio Berlusconi al potere, si apre con l’elezione di Mario Melis al Parlamento Europeo. Sul piano ideologico, il contributo di Mario Melis, oltre al rilancio dei temi storici del sardismo (in primis, la zona franca), introduce nel PSd’Az una rinnovata sensibilità europeista in linea con gli sviluppi del processo di integrazione europea, soprattutto dopo l’Atto Unico Europeo e Maastricht. In tal modo, il baricentro sembra spostarsi dai soli dibattiti sui progetti di riforma federale dello Stato italiano, con la previsione della Sardegna come ente federato, alla necessità di comprendere che nel nuovo contesto la sola indipendenza possibile si gioca nelle istituzioni europee e tramite l’esercizio della sussidiarietà.

In contemporanea, soprattutto a partire dal 1990, il PSd’Az che si presenta come il più longevo partito federalista, si trova a dover instaurare un confronto con l’ascesa della Lega Nord di Umberto Bossi, la quale utilizza ampiamente le elaborazioni del suo ideologo Gianfranco Miglio. Soprattutto all’inizio, le differenze tra le due visioni federaliste appaiono evidenti: mentre il PSdAz vanta una mai smentita matrice cattaneano-tuveriana, integrata dalla visione simon-mossiana e neosardista dell’etnofederalismo euromediterraneo, la Lega Nord di fatto traduce il lemma “federalismo” nei termini di una sostanziale visione secessionista culminante nel progetto delle Macroregioni, e in un modello di federalismo fiscale potenzialmente foriero di squilibri territoriali. La morte di Miglio e la svolta verso la battaglia per la devoluzione dei poteri alle Regioni consente alla Lega Nord di recuperare il pensiero di Cattaneo e di rilanciare un più sfumato progetto federalista che ha determinato un diverso riposizionarsi dei due partiti federalisti in vista di una possibile alleanza.

Alle elezioni del politiche del 1994, il Psd’Az si presenta all’interno di un cartello regionale denominato “Alleanza Federalista”, comprendente anche socialisti e partiti laici, senza alcun risultato positivo. La sconfitta induce Ortu alle dimissioni. Nell’aprile è eletto segretario il parlamentare uscente Giancarlo Acciaro che pochi giorni dopo viene arrestato per un’inchiesta rivelatasi poi infondata; verrà pienamente assolto dieci anni più tardi ma, nel frattempo, la segreteria è affidata a Cecilia Contu, figlia di Anselmo ed ex-presidente della Provincia di Cagliari.

La Contu guida il partito all’appuntamento delle elezioni regionali dello stesso anno. Con la candidatura a presidente dell’insegnante di Santa Teresa Gallura, Pasqualina Crobu, il Psd’Az ottiene un buon risultato e riesce ad eleggere quattro rappresentanti ed entra nelle Giunte progressiste di Federico Palomba con gli assessori Giacomo Sanna ai Trasporti ed Efisio Serrenti alla Pubblica Istruzione. Si approvano importanti provvedimenti quali la legge sulla tutela della lingua sarda (n. 26 del 1998) proposta da Serrenti, la legge di riforma delle province e la bandiera regionale su proposta del capogruppo sardista Salvatore Bonesu.

Per le elezioni politiche italiane del 1996, il nuovo segretario Lorenzo Palermo sigla un accordo con L’Ulivo che consente di eleggere al Senato Franco Meloni. L’anno successivo, tuttavia, i sardisti abbandonano il governo regionale, per contrasti col presidente Federico Palomba intenzionato ad allargare la Giunta a Rifondazione Comunista. Il Psd’Az si trova a un bivio: o la ricucitura col centrosinistra o una alleanza con il centrodestra, resa difficoltosa dalla presenza di Alleanza Nazionale. Il fallimento dell’esperienza con le sei Giunte Palomba, e la scelta di inglobare nell’alleanza di governo regionale Rifondazione Comunista a scapito della rappresentanza assessoriale sardista, induce i sardisti a rimettere in discussione un quindicennio di rapporti organici con la sinistra, e a valutare, in coerenza con la visione del PSd’Az come partito etnofederale distante dai poli italiani, nuove opportunità elettorali.

L’ALLEANZA CON IL CENTRODESTRA TRA QUESTIONE FEDERALISTA E RIFORMA DEL TITOLO V DELLA COSTITUZIONE (1999-2018)

Alle elezioni regionali del 1999 i sardisti scelgono di correre da soli candidando alla presidenza il loro leader Franco Meloni. Il 4,5% di voti riportati in media nei listini provinciali determina la perdita di un seggio rispetto alla precedente legislatura, riducendo a 3 consiglieri la rappresentanza del gruppo in Consiglio. Il partito discute sull’opportunità di fornire un appoggio esterno al centrodestra per consentire la formazione di una giunta sostenuta da una maggioranza. In quest’ottica Efisio Serrenti viene eletto alla Presidenza del Consiglio Regionale. Tuttavia,  Giacomo Sanna e Pasqualino Manca votano contro in sintonia con il Presidente del Partito Franco Meloni, all’epoca senatore in carica eletto nelle fila dell’Ulivo di Romano Prodi e, dunque, garante in qualche modo di un accordo con il centrosinistra che non poteva tollerare il sostegno alla nascita una giunta regionale di centrodestra. Il partito va incontro ad una nuova e dolorosa scissione. Serrenti, insieme a Cecilia Contu, fonda la corrente Sardistas all’interno del Partito, e guadagna l’adesione di numerosi sardisti, tra cui Italo Ortu e Tonino Bussu. L’intenzione era quella di superare l’opzione a sinistra, sancita negli anni della giunta Melis, e riportare il PSd’Az alle sue posizioni originali di equidistanza da tutti gli schieramenti italiani, prediligendo alleanze elettorali basate sull’attuazione dei programmi sardisti e sul progetto federalista.

La scelta di creare la corrente Sardistas, anziché stemperare gli animi, come nelle intenzioni dei fondatori, crea invece una serie di ulteriori incomprensioni che dà origine a insanabili contrasti con la corrente sassarese di Franco Meloni e Giacomo Sanna, storicamente alleata di quella serrentiana. Per uscire dallo stallo, la componente dei Sardistas, guidata da Efisio Serrenti, chiede a più riprese un Congresso straordinario, che viene però sempre rifiutato dal Presidente Meloni, fino al gesto estremo dell’espulsione dal partito di tutti gli aderenti alla componente. I Sardistas a quel punto si costituiscono prima in movimento ed in seguito danno vita alla formazione di un nuovo soggetto politico con PPS e UPS: Fortza Paris. 

L’anno successivo, nel 2000, Giacomo Sanna è eletto alla segreteria.

I contrasti col centrosinistra portano il Psd’Az a elaborare un’alleanza con tutti i soggetti indipendentisti sardi, presentando, alle politiche del 2001 il cartello elettorale Sardigna Natzione, che però riscuote modesti risultati. Alle regionali del 2004 il partito si oppone alla candidatura di centrosinistra del fondatore di Tiscali Renato Soru, presentandosi alla guida del polo indipendentista sotto l’insegna “Sardigna Libera” ma, nuovamente, con scarso successo. Il Partito perde un ulteriore seggio ed il segretario Giacomo Sanna, dopo due legislature ed il ruolo di Assessore dei Trasporti nelle giunte Palomba, non viene rieletto nella Circoscrizione di Sassari. La rappresentanza del Partito è ridotta a due soli consiglieri, Beniamino Scarpa e Giuseppe Atzeri. Due anni dopo, senza alcun deliberato in tal senso del Consiglio Nazionale, Sanna si candida alle politiche del 2006 nella lista proporzionale della Lega Nord  in una Circoscrizione della Lombardia. Fallita l’elezione alle politiche, nel dicembre dello stesso anno lascia la carica di segretario ed è eletto presidente nazionale del PSd’Az. Gli succede alla segreteria il Sindaco di Cabras Efisio Trincas.

Trincas prende contatti col centrodestra e, alle elezioni regionali del 2009, il PSd’Az decide di presentarsi in collegamento con la coalizione di centrodestra  a sostegno del candidato Ugo Cappellacci. Si consuma l’ennesima scissione: una parte consistente del Partito, radicata soprattutto nelle Federazioni di Cagliari e Nuoro, orientata a confermare la pregiudiziale ad alleanze con il centrodestra esce dal partito e si schiera, costituendo il partito dei “Rossomori” e formando la relativa lista, nella coalizione di centrosinistra collegata alla ricandidatura del presidente uscente Soru.

Nel listino bloccato del centrodestra viene garantito un diritto di tribuna al PSd’Az, che viene attribuito a Giacomo Sanna benchè non fosse il Segretario del Partito. La scelta del Segretario Trincas, comunque, ha successo: Ugo Cappellacci è eletto presidente e il Partito Sardo d’Azione rientra in giunta dopo quindici anni di opposizione, conseguendo il 4,3% dei suffragi e l’elezione di quattro consiglieri regionali ( Christian Solinas a Cagliari, Paolo Luigi Dessì nel Sulcis, Paolo Maninchedda a Nuoro ed Efisio Planetta a Sassari ), ai quali si aggiunge il seggio nel listino per Sanna. L’asse Sassari-Nuoro tra Sanna, che assume il ruolo di Capogruppo, e Maninchedda, che prende la Presidenza della Commissione Bilancio in Consiglio Regionale, porta alla nomina del sindaco di Dorgali Angelo Carta ad assessore, prima ai Lavori Pubblici e poi ai Trasporti. Nel partito queste alleanze si traducono nella conferma di Sanna a Presidente e dell’avvocato olianese Giovanni Colli alla Segreteria. L’equilibrio interno comincia ad incrinarsi dopo circa diciotto mesi e nel febbraio del 2011 Carta è sostituito all’Assessorato dei Trasporti dal giovane cagliaritano Christian Solinas.   

Nel 2013 le tensioni interne vengono acuite dal tentativo della corrente di Giacomo Sanna, spinto da Antonio Moro, di sostenere la candidatura dell’ex soriana confluita nel Partito democratico Francesca Barracciu come Presidente del centrosinistra alle regionali del 2014 ed impedire la ricandidatura nelle liste del partito di alcuni consiglieri uscenti, tra i quali il leader emergente della Federazione di Cagliari, Christian Solinas. La manovra porta all’imposizione della linea politica del “fuori dalla giunta, ma non dalla maggioranza”, che porta Solinas a dimettersi disciplinatamente da Assessore dei Trasporti nel marzo del 2013. Nel frattempo, l’ipotesi di candidatura della Barracciu – già fortemente osteggiata nella coalizione e nel suo stesso partito – viene definitivamente accantonata per il suo coinvolgimento nell’inchiesta della Procura di Cagliari sull’utilizzo dei fondi ai gruppi con la contestazione del reato di peculato.

Tramontata questa ipotesi il duo Sanna-Colli riprende il dialogo con il centrodestra ed alle elezioni regionali del 2014  viene confermata l’alleanza a sostegno della ricandidatura del Presidente uscente Cappellacci. La sconfitta della coalizione e la riduzione del numero dei consiglieri (da 80 a 60) determina il restringimento della rappresentanza a soli tre consiglieri (Christian Solinas a Cagliari, Angelo Carta a Nuoro e Marcello Orrù a Sassari), pur avendo il partito aumentato i consensi al 4,67%. La fase post-elettorale vede esplodere le tensioni latenti da tempo tra le componenti, che nel 2014 portano alle dimissioni del Segretario Giovanni Colli. Nel marzo 2015 il consiglio nazionale del partito elegge nuovo segretario Giovanni Columbu, figlio di Michele, proposto e sostenuto da una nuova e inedita maggioranza costruita da Christian Solinas con la partecipazione di consiglieri nazionali provenienti da tutte le federazioni in alternativa al vecchio gruppo dirigente coagulato attorno a Giacomo Sanna.

Il congresso dell’autunno dello stesso anno vede l’affermazione definitiva della componente guidata dal consigliere cagliaritano Christian Solinas, che elegge come Presidente Giovanni Columbu ed ottiene la maggioranza del Consiglio Nazionale, dal quale – a novembre – viene eletto segretario, il più giovane a ricoprire questa carica dal secondo dopoguerra.

I primi tentativi della nuova Segreteria vanno nel verso di ricucire le diverse componenti della diaspora sardista e dei movimenti autonomistici ed indipendentisti locali. Preso atto della difficoltà di dialogo e dell’inconsistenza elettorale dell’opzione, soprattutto dopo le elezioni Comunali di Olbia, dove il PSd’Az si presenta fuori dai poli italiani in coalizione con Sardigna Natzione, Unidos e altri civici locali, raccogliendo una percentuale deludente, Solinas decide di riaprire il dialogo con il centrosinistra ed in particolare col Partito democratico per costruire una convergenza programmatica sui temi sardisti. I sardisti si presentano alle amministrative del 2016 in coalizione con il centrosinistra dopo 15 anni e sono determinanti per l’elezione di numerosi Sindaci di importanti centri come Sinnai, Capoterra e Cagliari, dove il PSd’Az supera il 7% e piazza dopo decenni 4 consiglieri comunali e due assessori in giunta.

Nonostante un avvio promettente, il rapporto con il Pd Renziano non riesce a consolidarsi a livello nazionale per il rifiuto di recepire nel programma per le elezioni politiche del 2018 i punti programmatici qualificanti proposti dai sardisti in materia di lingua e cultura sarda, di trasporti, di valorizzazione della cultura e della civiltà nuragica e pre-nuragica, di zona franca e fiscalità di vantaggio, di regionalizzazione delle sovrintendenze, di dimensionamento scolastico e di misure di contrasto allo spopolamento e per il rilancio della natalità.

Sul finire del 2017, in una drammatica riunione presso la sede del Pd a Roma con Giuseppe Luigi Cucca, Piero Fassino, Tommaso Nannicini e Matteo Renzi si consuma la rottura quando viene offerto a Solinas un diritto di tribuna in un Collegio della Camera dei Deputati della Toscana ma senza il recepimento formale nel programma di governo dei punti programmatici sardisti.

Di rientro da Roma, Solinas riunisce la Segreteria e conferma che il suo obiettivo programmatico e politico restava riportare il PSd’Az in Parlamento ed alla guida della Regione prima del compimento del centesimo anniversario dalla fondazione che sarebbe stato nel 2021, per rilanciare i grandi temi del sardismo a vantaggio dei Sardi e della Sardegna.

Con questo intento, il Segretario riprende i contatti storici, ma interrotti da anni con la Lega sulla base dell’assunto che il più antico partito federalista, cioè il PSd’Az, e il più grande partito federalista al momento, la Lega appunto, non potessero non trovare dei significativi punti di condivisione e convergenza programmatica.

Dopo una serie di incontri riservati con le diplomazie del carroccio, l’accordo si chiude in Via Bellerio a Milano tra Solinas, Giorgetti e Salvini: la Lega recepisce nel proprio programma elettorale i punti programmatici del PSd’Az per la Sardegna e si impegna a sottoscrivere e sostenere anche con i propri parlamentari i disegni di legge necessari a realizzarli. Alle elezioni politiche del 2018 il PSd’Az candida, in attuazione dell’accordo, propri candidati nelle liste della Lega di Camera e Senato della Circoscrizione Sardegna ed ottiene le candidature nei Collegi Uninominali del Senato del Nord Sardegna ( Sassari e Gallura) e della Sardegna Centrale ( Oristano, Nuoro, Medio Campidano e Ogliastra). Il Segretario decide di offrire i Collegi Uninominali, ritenuti più sicuri dai sondaggi, rispettivamente ad Antonio Moro e Lorenzo Palermo, e di candidarsi in prima persona come capolista della lista proporzionale del Senato per dare testimonianza dell’accordo e metterci la faccia.

Inaspettatamente, Moro e Palermo perdono i Collegi Uninominali, dove vengono eletti i due candidati del M5S, mentre Solinas è eletto Senatore con 93.812 voti nella lista proporzionale, riportando il PSd’Az in Parlamento dopo lustri di assenza.

Il 23 novembre dello stesso anno ha luogo a Cagliari  il 34º Congresso Nazionale del PSd’Az e in vista delle elezioni regionali di febbraio, Solinas lancia la sfida per costruire un’alternativa di governo a guida sardista, che ampli il perimetro del cdx italiano con le forze civiche e autonomistiche locali. Propone di confermare l’accordo programmatico e strategico con la Lega e viene acclamato in un Palacongressi della Fiera gremito in ogni ordine di posto come candidato alla Presidenza della Regione su proposta dei Segretari delle forze politiche presenti per i saluti di apertura, a partire da Giorgio Oppi (UDC), Ugo Cappellacci (FI) ed Eugenio Zoffili (Lega).

Christian Solinas

IL RITORNO DEL PSdAz ALLA GUIDA DELA REGIONE E LA SVOLTA MITOPOIETICA DEL XXXV CONGRESSO (2019-oggi)

Alle elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale della Sardegna del 24 febbraio 2019 il PSd’Az presenta il proprio segretario Christian Solinas come candidato alla presidenza della Regione, in alleanza con il centro-destra, civico e sardista. Lo schieramento risulta vincente con il 51,87% dei voti e Solinas viene eletto presidente; a distanza di 35 anni dal 1984, è il secondo sardista nella storia autonomistica dopo Mario Melis. Il partito ottiene circa il 10% dei consensi ed esprime 8 seggi su 60 in Consiglio Regionale.

Nel settembre 2020 alle elezioni suppletive per il Collegio Senatoriale uninominale del Nord Sardegna, perso da Antonio Moro nel 2018, Solinas decide di candidare il docente di ortopedia dell’Università di Sassari, Carlo Doria, che risulta eletto, garantendo al PSd’Az la rappresentanza in Parlamento.

L’elezione di Solinas alla guida della Regione pone le basi per una complessiva rivisitazione del modello organizzativo regionale: azzeramento del deficit di bilancio; nuova estensiva vertenza entrate con lo Stato; ingente finanziamento e promozione del patrimonio archeologico isolano; il più grande piano di contrasto allo spopolamento delle zone interne dell’Isola, con ingenti stanziamenti pluriennali; l’internazionalizzazione della Sardegna nei mercati esteri. Sul piano ideologico, il quinquennio 2019-2024 si caratterizza per la costruzione di una mitopoiesi di lunga durata che, sviluppando le grandi intuizioni di Giovanni Lilliu condensate nell’endiadi “Radici e Ali”, promuove l’integrazione dell’immagine tradizionale del patrimonio archeologico con l’archeoastronomia, il recupero etnosimbolico dei Giganti di Mont’e Prama, e lo sdoganamento dell’epopea degli Shardana, che passano dal limbo dell’indifferenza a veri e propri soggetti storici. Questa operazione di ricucitura complessiva della lunga durata in funzione mitopoietica è stata alla base della svolta ideologica operata con il XXXV Congresso del 2024, che integra l’ideologia sardista con il ricorso alle più avanzate elaborazioni della sociologia politica internazionale, sintetizzabile nell’idea delle radici etniche della Nazione Sarda.

Elenco dei Segretari Nazionali del Partito Sardo d’Azione*

* Dal 1921 al 1974 la denominazione della massima carica politica del Partito è Direttore Regionale; dal 1974 al 1981 è Segretario Politico; dal 1981 in poi è Segretario Nazionale.



Nel Novembre 1957 Pietro Mastino venne eletto Presidente di un Comitato Esecutivo per la riorganizzazione del Partito.



Dal Luglio 2014 al Marzo 2015 le funzioni del Segretario Nazionale sono state attribuite ai sensi dell’Art. 19 dello Statuto al presidente Giacomo Sanna.

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Il Partidu Sardu – Partito Sardo d’Azione (PSd’Az) è un partito politico sardo, fondato nel 1921 da Davide Cova, Camillo Bellieni, Emilio Lussu e altri ex-combattenti della prima guerra mondiale.

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